Reportage dal mondo della cooperazione internazionale, l'Ecuador di Edoardo Costa

Edoardo Costa è un giovane ventiseienne impegnato in un progetto di Servizio Civile all'estero. Avete presente quelli che dicono con disprezzo: "Aiutiamoli a casa loro!"? Ecco, questo articolo a dimostrazione che ci sono moltissime persone impegnate nel cercare di migliorare le condizioni di vita di altre persone nei più disparati Paesi del mondo ma, nonostante questo, ci sarà sempre qualcuno che dovrà fuggire da contesti pericolosi, di instabilità civile, di guerra, di soprusi, di povertà estrema, di degrado socio-culturale, sono i cosidetti profughi o migranti. Che poi, profugo o migrante, non è la stessa cosa, come cercano di farci credere alcuni politici e alcuni giornalisti. Vi lascio alle parole di Edoardo, al suo racconto e alla sua esperienza di vita, che mi sembrano molto interessanti per tutti voi che ci leggete e che state crescendo. Buona lettura!

Sono arrivato in Ecuador a fine settembre per un progetto di Servizio Civile all’estero con il CescProject, una ONG italiana che promuove e realizza programmi di cooperazione internazionale e di volontariato internazionale e locale. Il partner locale per cui sto lavorando è il Gruppo Sociale FEPP (Fondo Ecuatoriano Popolorum Progressio), un’istituzione privata a scopo sociale che ha come ragion d’essere il supporto ai settori più poveri della società.

Con Francesco Mattioni, un collega italiano, abbiamo lavorato a diversi progetti nella Valle del Chota, nella provincia di Imbabura. Questa valle, situata a nord di Ibarra, nella Sierra Norte, rappresenta un'eccezione ai soliti paesaggi agricoli andini. Caratterizzata da un clima caldo e secco si tratta di una zona particolarmente interessante perché abitata in maggioranza da popolazioni afro-ecuadoriane, in realtà è praticamente un pezzo d'Africa incorporato nelle Ande.

Gli abitanti sono in maggioranza discendenti di schiavi deportati dai Gesuiti nel XVII secolo per lavorare nelle fattorie di canna da zucchero e nelle miniere, principalmente dal Golfo del Biafra e dalla regione di Luanda, dell’Africa centrale. Durante il periodo coloniale, questa valle, era conosciuta come la "Coangue de la Muerte”, ossia la Valle della morte, in quanto, proprio a causa delle condizioni climatiche estreme, si diffondevano nell’area malattie mortali come il paludismo. I neri africani erano quindi l'opzione migliore per i gesuiti, poiché abituati a questo tipo di clima e più resistenti rispetto agli indigeni.

Fino al 1930 queste popolazioni hanno vissuto sotto il sistema della Hacienda, all’ordine di grandi proprietari terrieri, in un sistema molto simile al latifondo europeo, di epoca medioevale. Huasipungeros, così venivano chiamati gli ex schiavi a cui veniva affidato un pezzo di terreno sul quale dovevano lavorare per produrre a favore del grande proprietario, con l’unico beneficio di poter raccogliere l’essenziale per la propria famiglia.

Ora, queste persone vivono per lo più di agricoltura e commercio di merci di contrabbando importate dalla vicina Colombia, la cui moneta (il pesos) rende particolarmente economiche in un paese, come l’Ecuador, in cui vige il dollaro americano. Non tutti però, perché tra i più, ci sono anche persone che hanno una visione differente, che hanno capito il potenziale culturale e ambientale di queste zone e che vogliono scommettere sul proprio futuro.

Esistono, ad esempio, delle piccole realtà che vogliono promuovere il turismo, sia esso di tipo comunitario, famigliare o agro-ecologico e il nostro obiettivo è quello di aiutare queste associazioni a crescere. L’idea è quella di connettere i turisti con le popolazioni locali, facilitare l'apprendimento reciproco e incentivare un'attività economica sostenibile, che non danneggi l’ambiente, valorizzando la cultura e le tradizioni delle comunità rurali.

È molto stimolante lavorare con loro perché, nonostante le difficoltà, sono motivati, intraprendenti, e hanno idee davvero innovative. Le proposte sono varie. Nella piccola comunità di Mascarilla si può vivere il turismo familiare. Qui i visitatori hanno la possibilità di vivere a diretto contatto con la comunità, di mangiare piatti tipici e di imparare a creare maschere di argilla. A cinque minuti da Mascarilla poi, ad El Juncal, si può incontrare un gruppo di donne, che offrono ai loro ospiti soggiorno in famiglia, balli tipici, musica ed escursioni. Infine, ci sono due associazioni di agricoltori che hanno deciso di unire le loro forze per creare un progetto di turismo agro-ecologico in cui al turista viene offerta la possibilità di visitare i campi e assaggiare i loro prodotti, affiancando a tutto ciò la possibilità di fare rafting nel fiume Chota, oppure escursioni nei sentieri più suggestivi di questa splendida valle.