Quando tornate?

Non mi avevano mica avvertito!

Adesso vi racconto che cosa mi è successo.

Facciamo prima un passo indietro però.

Prima, ogni giorno presto presto arrivava un uomo.

Lui apriva la porta veloce, accendeva le luci e poi camminava fino in fondo al corridoio.

Man mano apriva ogni uscio possibile, ma proprio tutti, eh!

Al ritorno, girava a sinistra e percorreva un altro lungo corridoio, verificando che tutte le porte fossero a posto.

Sì, doveva proprio controllare con attenzione, perché purtroppo è accaduto più di una volta che la mattina hanno trovato brutte sorprese, cioè sono entrati i ladri.

Sono sicura che vi chiederete ma che ci fanno i ladri in un posto dove non c’è niente da rubare?

Non so rispondere, però è successo.

Dopo aver completato il suo giro, lui confrontava il suo orologio con quello alla parete e poi andava a prendere tutti i registri.

Poco dopo, dietro la vetrata d’ingresso appariva lei: piccola, minuta e sorridente.

Ripostiglio, ciabatte ai piedi e un giro di controllo a tutte le piante: un ramo raddrizzato, una foglia ingiallita tolta via delicatamente, un soffio di gentilezza.

Anche lei dava un’occhiata veloce all’orologio, poi tirava fuori dal cassetto una piccola radio e la accendeva, lasciando che anche io ascoltassi un po’ di musica.

Passava ancora del tempo e all’ingresso incominciava a sentirsi un certo trapestio. Che succede?

Niente che non dovrebbe: arrivava uno scuolabus che sputava fuori dalle sue porte un discreto numero di giovani pesti.

Lei andava loro incontro, aiutava a togliere zainetti e giubbini ai più piccoli, indicava ai più grandi le panche sulle quali sedersi e attendere.

Ma cosa aspettavano?

Come sarebbe cosa aspettavano? Ma le maestre, ovviamente!

È una scuola, questa!

E dopo poco eccole lì: qualcuna entrava a testa bassa, chiusa chissà dentro quali pensieri, ma si voltava subito, distratta dal chiacchiericcio delle bimbe e dei bimbi seduti vicino.

Arrivava subito qualcun’altra e le parole tra colleghe si disperdevano nella confusione.

Driiin!

Eccolo il segnale!

Allora si affrettavano: ognuno verso la porta giusta.

Ancora qualche minuto di vocío, poi silenzio.

Passi che si accavallano durante la giornata.

Voci adulte che si mescolavano alle voci bambine. 

Tempo trascorso, ognuno impegnato nella propria attività.

Poi, ecco di nuovo il primo scuolabus: bocca spalancata a ringoiare i giovani bocconi urlanti.

Driiin!

Nuovamente quel segnale: sciamava via a piccoli gruppi il popolo di questo luogo.

Un po’ alla volta sarebbe stato di nuovo silenzio.

Arrivederci!

Questo è quello a cui sono stata abituata, a cui mi hanno abituato da sempre.

Questo entrare, fermarsi, rincorrersi, uscire e poi, comunque… tornare.

 

E poi?

C’ è qualcuno che possa spiegarmi cos’ è successo dopo?

Senza preavviso è cambiato tutto.

Ci sono stati dei giorni in cui sono venuti soltanto lui, l’uomo che controlla tutti i corridoi e lei, la piccola donna gentile.

Si sono guardati intorno, hanno spolverato i banchi, spostato le sedie, e poi si sono seduti ad aspettare che il tempo passasse.

Non c’ è stato nessun driiin, sembrava che la campanella fosse morta.

Dei giorni poi, dietro la porta d’ingresso ho riconosciuto i volti di alcune maestre, allora mi sono rianimata, ho pensato che finalmente tutto tornasse come prima.

Loro che normalmente arrivavano con la cartella e le braccia piene di libri, adesso entravano nelle aule, prendevano i libri, se ne riempivano le braccia e andavano via.

Nessuno scuolabus, nessuno strillo di bimba abbarbicata alla gamba della mamma, niente di niente.

Non mi era chiaro quello che accadeva.

Una mattina ho sorpreso una conversazione tra lui e lei: dicevano che nessuno aveva chiarito per quanto tempo ci sarebbe stato quel vuoto e quel silenzio.

Nessuno poteva stare vicino a nessuno per chissà quanto tempo.

Le maestre avrebbero fatto le maestre da casa.

Le alunne e gli alunni sarebbero stati alunni e alunne da casa.

Lui e lei sarebbero stati a casa anche loro.

Ognuno si è preoccupato di qualcuno.

Ma di me?

Nessuno ha pensato che ci sono anch’io?

Qualcuno riesce a immaginare quanto male mi fa questo silenzio?

 

Ma io non so darmi per vinta, sono una scuola dopotutto!

Allora ho pensato di rivolgermi direttamente a coloro che mi stanno a cuore.

Perciò bimbe, bimbi, ditemi

 

Quando tornate?

 

Racconto di Luisa Staffieri

E tu come immagini la tua scuola vuota? Mandaci i tuoi pensieri o disegni!

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