Mafalda e l'"affettuoso disprezzo" verso la mamma

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Come in tutti i grandi fumetti umoristici, anche nelle strisce di Mafalda, la bambina contestataria nata dalla geniale e pungente matita di Joaquin Salvador Lavado Tejòn, in arte Quino - altro grande artista che ci ha detto addio in questo tribolatissimo anno bisesto - sotto al fiume dolce del buonumore scorre, quasi a tradimento, una vena salata di dolore, di amarezza, di irrisolto, o forse, semplicemente, di realtà.

Nel caso di Mafalda, si tratta del sentimento di affettuoso disprezzo e svalutazione che la protagonista esprime nei confronti della madre, Raquel, casalinga, che in gioventù ha studiato pianoforte e frequentato l'università per poi abbandonarla dopo il matrimonio con Angel, il papa di Mafalda e del suo fratellino Nando.

In una delle prime strisce, la bambina incolpava il padre per questa rinuncia, ma in quelle successive il bersaglio delle sue reprimende e del suo sarcasmo è diventata in pianta stabile la ancora giovane genitrice. Quest’ultima spesso subisce psicologicamente i colpi - il loro duello generazionale è mirabilmente metaforizzato nella disputa serale sulla minestra - ma talvolta riesce a piazzare qualche parziale rivincita, come quando replica a tono alla figlia che rifiuta la brodaglia, inalberando un linguaggio lirico e pomposo, spiazzando Mafalda e spingendola a domandarsi se ella non si stia psicanalizzando di nascosto.

Mafalda in più di un'occasione definisce senza mezzi termini Raquel una fallita, chiedendosi atterrita se la sua condizione sia ereditaria, e la paragona a più riprese alla madre di Libertà, a suo dire "fatta più di carattere che di a-ah." Se non le addebita tutte le colpe della sua condizione subalterna – Mafalda vede già con chiarezza ingiustizie imposte dalla società - di certo la considera corresponsabile. Attenzione: proprio le sue (rare) rivincite sulla figlia dimostrano che questo non è il giudizio di Quino, ma una naturale conseguenza dell'istinto ribelle e dell'assolutismo di Mafalda, che non è ancora in grado di vedere le ragioni delle scelte materne e ne prende le distanze in base al proprio anelito di autorealizzazione infantile. Poi, l'ho definito affettuoso disprezzo in quanto la bambina ama molto la madre, ed è sinceramente triste e frustrata per lei, non riconoscendo, come spesso fanno i figli (riflesso di un'analoga incapacità dei genitori verso di loro) una specifica capacità di storia personale, ovvero di autonomia decisionale a prescindere da ciò che, apparentemente, sembrerebbe meglio per loro. Per i figli, padre e madre sono modelli da venerare o rifiutare senza sfumature, e per Mafalda Raquel è il simbolo vivente di una condizione che aborre e rigetta, ma al tempo stesso una 'vittima' che vorrebbe salvare, conducendola all'autoconsapevolezza, alla ribellione, anche suo malgrado. A tale scopo, le si rivolge con pietistico sarcasmo ponendosi su un virtuale piedistallo come farebbe un intellettuale con chi egli considera arbitrariamente ignorante e così facendo finisce con l’esprimere, celato sotto un apparente intento umoristico, la propria evidente svalutazione di tutto ciò che la genitrice è e rappresenta.

E’ senz’altro la visione di una bambina contestataria che ha riferimenti financo eccessivi per la sua età; nessuno dei suoi amici mette in discussione il proprio modello genitoriale, a partire dai già concretissimi Susanita e Manolito, i quali in essi si identificano anche fisicamente; o come l'insicuro Felipe che trova rifugio dai problemi della vita dentro sogni romantici e fantasiosi, e forse proprio per questo sarebbe l’unico in grado di capire un minimo Raquel. Quanto ai più piccoli, in senso anagrafico e letterale, ovvero Miguelito e Libertà (il cui essere minuscola è già evidenziato nella caratterizzazione fisica, con tutto il significato metaforico che la stessa Mafalda non manca di sottolineare) Quino spesso li utilizza per ridimensionare l’impeto censorio della protagonista. Il primo è una sorta di meshugge’ lo scemo del villaggio cui nella tradizione yiddish sono affidate verità lunari e profondamente sensate ("se non avessimo le spalle non potremmo andarcene"); la seconda, molto invidiata da Mafalda per la sua mamma laureata e lavoratrice, dà invece l'impressione di anelare a una vita molto più normale, come quella della sua amica. Senza per questo evitare di sferrare botte micidiali all'ego del papà di Mafalda. Anche quest'ultima deride, assai bonariamente, il padre, ma – ribadisco – senza mai rivolgergli il disprezzo che riserva alla madre, forse anche per un inconscio, primitivo rispetto verso colui che porta a casa lo stipendio.

Senza rendersi conto – o paventandolo dentro di sé? – che, parafrasando l’Amerigo di Guccini, “quella donna era il suo volto, era il suo specchio.”

Eric Rittatore, 3 ottobre 2020

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