La D di Domodossola

C'era una volta Domodossola...

una bella città che la gente conosce poco, se non per la sua D molto utile nel gioco Nomi / Città / Cose; prima di Dublino o di Dusseldorf, la penna scrive sul foglio, quasi senza pensarci, Domodossola.
Pochi studenti o studentesse, da me incontrati negli anni in giro per l'Italia, la conoscono veramente, qualcuno sa che è l'ultima stazione prima del confine con la Svizzera perché una volta, tanto tempo fa, o poco tempo fa, ci è passato in treno.

Nessuno sa che ha un meraviglioso centro storico, diventato ancora più bello negli ultimi anni, da quando è stato trasformato nel Borgo della cultura, con arredi urbani che ben si sposano con l'architettura delle vecchie abitazioni e le caratteristiche piazze. Una cittadina tutto sommato tranquilla, a parte qualche scazzottata del sabato sera o qualche atto di vandalismo ad opera di alcune teste calde del luogo, persone senza arte né parte che sfogano la propria ignoranza e la noia distruggendo il bene pubblico.
Nessuno inoltre ricorda, o sa, o ha studiato (parlo sempre delle classi da me incontrate) che questa città è stata teatro di una grande e bella pagina della nostra Resistenza, nei Quaranta giorni di libertà che portarono alla Repubblica Partigiana dell'Ossola.

Da qualche giorno a questa parte però, Domodossola è salita alla ribalta mediatica perché il suo Sindaco, Lucio Pizzi, ha chiesto al Prefetto di istituire un coprifuoco alle ore 20.00 per i ragazzi e le ragazze profughe, ospitate in città. Novanta persone che fino ad oggi non hanno creato nessun problema, non sono stati loro a fare a pugni nelle piazze, non erano loro ubriachi fradici in mezzo alle strade, né sono stati loro a distruggere per noia gli arredi urbani.

E allora, davvero, viene da chiedersi che senso abbia questa richiesta, così mortificante e limitante della libertà di alcune persone colpevoli semplicemente di aver dovuto scappare da paesi senza futuro, dove l'instabilità politica e sociale determina l'assenza di regole, di diritto e giustizia, persone che hanno subito violenze di ogni genere sulla strada per la libertà. Persone che sono sfuggite all'ingordigia del mare, che non ti chiede quanti anni hai o quali sogni serbi nel tuo cuore.

Forse sarebbe bastato partecipare alla conferenza tenutasi nello storico teatro della città, il Teatro Galletti, il 13 giugno scorso, dal professor Paolo Naso, docente dell’Università La Sapienza di Roma e Coordinatore internazionale di Mediterranean Hope e da Francesco Piobbichi, operatore MH per capire chi sono questi ragazzi e ragazze e perché scappano dai loro Paesi, forse sarebbe bastato che almeno gli organi di stampa locale fossero presenti, a riprendere la conferenza per poi trasmetterla o per parlarne sui giornali e invece... silenzio! Sembra non esserci la volontà di conoscere e far conoscere la realtà.
E se per i rappresentanti delle istituzioni, l'alimentare il mal di pancia e la paura del cittadino, è un'efficace strategia per raccattare voti, pare incomprensibile il motivo per cui il giornalismo presti il fianco e strizzi l'occhio a questa politica scellerata.

Argomenti difficili, ce ne rendiamo conto, per i lettori e le lettrici di Echino giornale bambino, ma ci è sembrato doveroso affrontarli per chiedervi di riflettere, di pensare e di informarvi per quello che potete.
Intanto noi vi consigliamo di rileggere la toccante poesia Se questo è un uomo di Primo Levi perché la storia qualcosa dovrà pur insegnare...
Alimentare l'odio e la paura non può che portare a nefasti scenari, che i nostri nonni hanno vissuto e contro i quali hanno dato la vita per permettere a noi di non sbagliare e di apprezzare la libertà, non solo la nostra, ma quella di ogni essere umano.

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Se questo è un uomo (Primo Levi)

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