LA CITTÀ VIOLATA

Soacha è un piccolo municipio colombiano, considerato come uno dei più pericolosi del dipartimento di Cundinamarca. La sua quotidianità è segnata da abusi sessuali, violenza domestica, violenza urbana e consumo di droghe e alcool, anche tra minori. La città è invasa da bande criminali, gruppi paramilitari e gruppi di guerriglia comunista e in mezzo a questo caos, le principali vittime sono le sedicimila bambine che ci vivono.

La storia di Veronica (nome fittizio), un’adolescente di 15 anni, rivela questa terribile realtà. Un 8 di marzo, mentre si festeggiava la festa delle donne, fu violentata brutalmente nella casa di un’amica. Siamo qui, sedute sul divano di casa di Veronica, sette mesi dopo. Di fronte a noi c’è un letto matrimoniale, rialzato da due coppie di mattoni. Un televisore nero, appoggiato su un mobile di legno, trasmette il telegiornale e in una grande tavola da pranzo sta mangiando il suo nipotino, mentre noi continuiamo a parlare. Continua a strofinarsi le mani, nervosamente. Ancora non capisco dove abbia trovato il coraggio di raccontarci la sua storia. Fuori piove quando mi dice: “Ho pensato spesso alla vendetta, mio padre mi diceva che avrebbe contattato qualcuno per vendicarmi, però sai, comunque una cosa così ti rimane sulla coscienza. Anche lui avrà delle figlie”. Quasi sperando in un castigo divino.

Dopo essere stata ricoverata quattro giorni nell’Ospedale Mario Gaitán Yaguas di Soacha, il 18 marzo, l’Istituto Colombiano di Benessere Familiare (ICBF) assieme all’associazione Infanzia e Adolescenza, denunciarono il giovane David, di 16 anni. “Era tutto molto confuso.” Dissero che si trattava di un ‘codice bianco’, così è chiamato in Colombia un atto di stupro. E dal momento che lui si era “protetto” non c’erano prove schiaccianti nei suoi confronti. Il processo sarà lungo e faticoso e il suo esito niente affatto scontato, come nella maggioranza di questi casi.

Veronica è una ragazza adorabile. I capelli lunghi, colorati di caffè amaro, li porta fin sotto al petto, la pelle chiara è decorata da piccoli nei. Gli occhi sono neri e circondati da occhiaie che confermano le notti passate ad affrontare se stessa; è di costituzione magra, ma è molto avvenente. È rispettosa e timida da far tenerezza, un’adolescente abituata a sostenere i sorrisi. Le piace dipingere, ballare e ascoltare nella sua stanza le canzoni di Johnny Rivera, un musicista popolare messicano. “Sì, ballare mi piace davvero molto” mi scrisse una volta. Però se la conosci bene non puoi fare finta di nulla, sta trasportando una croce, come una condanna, dal giorno in cui decise con altri otto amici, di andare a casa di Jessica a fare i compiti.

Raccontami, che cosa sogni per il tuo futuro? Ho la sensazione di aver fatto molti passi indietro. Però, prima che tutto questo succedesse, volevo entrare come volontaria in un programma di infermeria, volevo diventare medico legale, sai? - mi dice sorridendo. E perché? É che a me piace aiutare le persone, non mi fanno paura i morti. Una volta qui, vicino a casa mia, un signore si fece male e nessuno ebbe il coraggio di aiutarlo. Io mi avvicinai e quello dell’ambulanza mi disse: “Ma non ti fa schifo il sangue? Dovresti fare il medico legale”. Cercai su internet. Trovo che sia molto interessante poter risalire alla storia dei morti analizzando le loro ossa. Veronica vede tutti i giorni il suo stupratore, fuori dal suo liceo, perché la sorella minore del ragazzo studia lì. “A volte ha tentato di avvicinarsi, come per parlarmi, però le mie amiche mi proteggono. Quando lo vedo la mia rabbia si confonde con la paura”, termina la frase stringendo forte i pugni.

È da situazioni di questo tipo che nasce il progetto della fondazione Niñas Sin Miedo, (Bambine senza paura) diretto da un gruppo di donne femministe. Trasformarono una piccola casa verde in un punto di appoggio e di denuncia per venticinque bambine che indossano una maglietta rosa, divisa dell’associazione e che si incontrano ogni sabato pomeriggio, dalle due alle quattro, tra loro c’è anche Veronica. A dirigere il progetto è Natalia Espitia, direttrice della fondazione. L’obiettivo è insegnare alle bambine di Soacha, attraverso la pratica sportiva e l’utilizzo di alcune biciclette, a prendere coscienza di se stesse e, con lezioni di educazione sessuale, ad essere consapevoli dei rischi che corrono. “Investendo nell’educazione e responsabilizzando le bambine, avremo un futuro sostenibile, e la povertà verrà ridotta. Le generazioni future saranno più coscienti dei loro diritti. Credo che investire sulle bambine significhi sostenibilità per il mondo” dichiara Natalia.

Allo stesso modo, il gruppo di volontari che ruota intorno all’associazione è convinto che le bambine siano il motore principale per cambiare la realtà e le condizioni in cui vivono le persone di Soacha. “Credo che la fondazione Niñas Sin Miedo contribuisca alla trasformazione della comunità, nella misura in cui i suoi membri diventano coscienti dei propri diritti e capiscono l’importanza di difenderli; queste persone si trasformano a loro volta in divulgatori, insegnando ad altri il rispetto dei diritti”, spiega Maria Fernanda de la Ossa, coordinatrice del programma di educazione sessuale. “Ciò che la fondazione è riuscita a fare fin qui è di grande importanza: non solo stiamo dando assistenza legale ai casi con cui lavoriamo, ma stiamo dando appoggio psicosociale alle ragazzine. Io ho visto come sono riuscite ad aprirsi e ad essere se stesse. Hanno iniziato a raccontarci ciò che vivono realmente” testimonia Sofia Díaz, coordinatrice legale della fondazione.

Tra i casi della fondazione ve ne sono quattro di abusi sessuali, due di violenza domestica e uno di molestie da parte di un professore alle sue studentesse. Ci sono le storie di Andrea – nome fittizio, come tutti gli altri - di 14 anni e di sua sorella Mayte di 9, che furono violentati dal patrigno. Il caso di Giuliana, una bambina di 12 anni che fu violentata da suo cugino “pandillero” (membro di una gang). E poi Angi, una giovane di 17 anni che sta disperatamente cercando di combattere il professore di fisica che continua a chiedere alla sua migliore amica prestazioni sessuali, minacciandola di non farle passare l’anno. “Il nostro ostacolo principale è che le bambine non credono di poter essere protette, tantomeno che qualcuno le appoggi, o possa credere in loro.

Perciò, di tanti altri casi come questi non si sa nulla, perché i bambini e le bambine non riescono a raccontarli” mi racconta Natalia, dopo essere uscita dalla scuola di Angi. I casi di abuso e violenza che subiscono le bambine non sono solo una conseguenza dell’ambiente ostile e repulsivo nel quale crescono, ma sono la mancanza di appoggio, di credibilità e di giustizia nei loro confronti. La rassegnazione nel sapere che nessuno le aiuterà e tanto meno le ascolterà, le porta a cercare di dimenticare e stare zitte. Soacha è invasa dai ‘codici bianchi’ delle sue bambine. E quel mascalzone, quel patrigno, quel cugino, quel professore o lo sconosciuto possono continuare a perseguitarle. Ci sono molte altre Veronica, Andrea e Angis che stanno in silenzio tra gli angoli di Soacha. Ciò che rende diverse dalle altre le bambine con la maglietta rosa, è che hanno trovato la forza di parlare.

Articolo di Carla Tejada Traduzione di Edoardo Costa

Ninas sin miedo

randomness